Ilcorpodigrazia's Blog


A grande richiesta…Oktoberfest!

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Questa è la storia di un’avventura. Se già di per se l’Ockoberfest rappresenterebbe una tre giorni degna di racconto, il vero motivo per il quale la nostra trasferta crucca si è trasformata in una avventura coi fiocchi è lui. Il nostro potente mezzo di trasporto. Sì perché essendo noi un equipaggio di 8 persone, si era deciso di affittare un paio di camper. Poi vuoi i prezzi, vuoi il destino, abbiamo finito col affittarne solo uno e prenderne un altro in prestito dallo zio del mio collega. Ora, chi tra voi conosce il mio collega, sa che è un soggetto che meriterebbe un post a parte, ma soprattutto sa che abbiamo fatto un’enorme sciocchezza ad affidarci alle sue stime di bontà sul camper.

Ci ha convinti tutti con la frase: “E’ un po’ vecchiotto ma è un gioiellino”.

Io mi immaginavo lo zio come una sorta di amatore che cura il suo mezzo anno per anno, rinnovandolo ed avendone cura.

La realtà che ci si è posta innanzi la mattina della partenza è stata a dir poco fantozziana. Un ducato del 1983 pieno zeppo di polvere, acari e muffa.

Se prima di vederlo ci scherzavo su, asserendo che saremmo finiti a bere una Corona in un bar del Brennero, non appena visto il catorcio, ero certa che non saremmo arrivati neppure a Pavia. E così è stato.

Il primo guasto è occorso a Tortona, a ben 30 km (su 1500 km che avremmo dovuto percorrere), da Genova.

Se prendere una Corona sul Brennero poteva risultare quantomeno goliardico e poetico, essere bloccati in un elettrauto di Tortona è stato decisamente da sfigati. Mentre mi affannavo al telefono con il 12-40 per cercare un treno che da Milano portasse le persone rimaste a piedi sino a Monaco, fuoriesce il meccanico da dentro il motore, e con un sorriso ci benedice: “Berrete alla mia salute, è solo la cinghia, ripartirete nel giro di mezz’ora”.

Riprendiamo il nostro viaggio con un paio d’ore di ritardo sulla tabella di marcia, siamo carichi e gaudenti per il pericolo scampato e la bella storiella da raccontare al rientro, certo andiamo come lumache, gli altri camper, tutti diretti all’Oktoberfest, ci sorpassano veloci strombazzando in segno di festa: evviva, l’atmosfera di allegria si respira già on the road!

Ora quando si dice che bisogna sempre stare zitti nella vita, un motivo c’è. Non so bene se siamo noi che ci siamo portati sfiga da soli, o se qualcuno lassù era in vena di farsi grasse risate, ma destino ha voluto che, proprio sul Brennero, il maledetto carretto ambulante…si rompesse… di nuovo.

Usciti dall’autostrada abbiamo cominciato un rocambolesco tour per le alpi italo-austriache in cerca di un nuovo elettrauto. Abbiamo attraversato meravigliosi paesini di montagna dove siamo persino arrivati a citofonare in casa di un maledetto crucco meccanico. Peccato che in casa c’era solo la moglie che, pare, (il tedesco lo sa solo il mio collega) abbia detto spazientita che il marito non era in casa e che comunque quando tornava non avrebbe avuto il tempo di aggiustarlo. Già me la vedo, quella avrà avuto i crauti sul fuoco e non avrà voluto far tardi l’ennesima volta a causa del marito.

Così tra tornati, abeti e variopinti paesini siamo arrivati, sempre con la molesta spia rosso fuoco della batteria che illuminava l’abitacolo, sino ad Innsbruck.

Ammetto anche che in questo caso, un pochino ci godevo. Avevo chiesto e scongiurato il mio collega di portarmi ad Innsbruck al ritorno da Monaco e lui mi aveva sempre scansata. Il fatto di dover passare la serata e la notte lì, mi faceva godere alquanto. In spirito assolutamente goliardico ci siamo messi a gironzolare per il centro storico di Innsbruck, con i suoi palazzi dalle facciate arzigogolate ma pur sempre armoniche, i suoi pub e negozietti, le alte montagne che fanno capolino sopra i tetti, ed il fiume, l’Inn, che scorreva veloce e zeppo di acqua tra una sponda e l’altra. Siamo stati fortunati anche nella cena, abbiamo trovato una meravigliosa birreria proprio in centro, l’Augustiner, che consiglio a chiunque passi da Innsbruck. L’atmosfera bavarese, questi grandi locali in legno pieni di persone, wuster e crauti, mi ha affascinata moltissimo. Era davvero divertente trovarsi in una cittadina così graziosa ed in un locale così tipico…per caso! Tutto questo entusiasmo si è smorzato poco dopo, quando ho realizzato che avremmo passato la notte in un parcheggio, senza poter accendere luce né acqua, con il freddo che c’era lì tra i monti. Mi è venuta un po’ in mente l’esperienza che ho vissuto l’anno scorso, ad Andalo, per la finale di Donnavventura. Anche lì tra i monti, anche lì senza acqua, anche lì al gelo.

Fatta pipì nel pub e lavati i denti con la bottiglia d’acqua, ci siamo arrampicati sul letto. Sì perché oltretutto riuscire a salire sul letto in quella trappola mortale era un esercizio degno da ginnasta olimpica. Dovete immaginare che quella fattispecie di letto era niente meno che un soppalchino che dovevi tirare giù dal soffitto e che raggiungeva circa i 30 cm di altezza. Ammesso e non concesso che riuscissi a salire sulla scala, dovevi accucciarti ed entrare di testa. Se non che, per una claustrofobica come me, era di vitale importanza mettere la testa in direzione del buco, ossia del retro del camper. Quindi, una volta conquistato il letto, iniziava una serie di contorsioni ginniche per girarsi testa-piedi. Ovviamente la sequenza era che prima facesse la trafila mio marito, così aveva più spazio per girarsi, e poi io che quindi avevo a disposizione 30 cmt di altezza e 50 cm di larghezza. Una volta conquistata così faticosamente la postazione, dopo quasi 20 ore di viaggio, ci siamo addormentati seduta stante.

All’alba del secondo giorno, quando da programma avremmo dovuto gironzolare per musei monacensi, ci svegliamo tra l’umidità delle valli alpine. Delle persone furbe, a questo punto, avrebbero abbandonato il rottame nel parcheggio ed avrebbero proseguito con un treno per Monaco. Noi no. Abbiamo passato il sabato mattina tra paesini austriaci dimenticati da Dio inseguendo indicazioni di sparuti crucchi incrociati per la strada alle 8 del mattino di Sabato, i quali ci indirizzavano nell’una e nell’altra direzione.

Alle 10 del mattino l’efficienza crucca aveva già trovato una nuova cinghia sostitutiva e ci aveva congedato asserendo che il motivo della seconda rottura fosse da attribuire alla maldestra mano d’opera di montaggio italiana. Con alquanti punti interrogativi fluttuanti sopra le nostre teste ci rimettiamo in marcia non osando superare gli 80km orari. E’ così che, nel primo pomeriggio di Sabato, con esattamente 24 ore di ritardo sulla tabella di marcia, approdiamo al Oktoberfest-Camping, Gate 9 of Messe München. (Vi risparmio le perdite di tempo per aver sbagliato strada e per cercare il merda di bollino delle autostrade austriache).

Chi fosse riuscito ad arrivare sino qui dopo queste lunghissime pagine di viaggio, può star sereno, l’Oktoberfest merita davvero. Ovviamente, con la sfiga che avevamo addosso, non siamo riusciti ad entrare dentro i tendoni la sera di Sabato, ma ci siamo ampiamente rifatti sia all’HB di Monaco, sia l’indomani per pranzo. Chi tra voi non fosse mai stato a questa fiera, deve sapere che è allestita in un enorme parco dentro la città. L’ingresso è libero e si può passeggiare tra luccicanti giostre di ogni tipo e colore, bancarelle variopinte con enormi cuori di cioccolato appesi alle pareti, e queste immense tendone delle varie birre. Una o più per ogni tipologia di birra, la G. ne conserva un boccale per ognuna in cui sia riuscita ad entrare, gliene mancano solo due, vorrà dire che dovrà tornare il prossimo anno e chissà che non la accompagni! Per altro una volta arrivati in fiera ha cominciato a piovere a dirotto, quindi dopo un paio di birre bevute nella terrazza esterna della Spaten , inzuppati come dei pulcini, ci siamo diretti all’HB. L’Hofbräuhaus è una tappa obbligata per chiunque visiti Monaco. È la più antica e celebre birreria di Monaco, che da sola può contenere migliaia di persone su più piani. L’atmosfera, durante l’Oktoberfest, è incredibile. Centinaia di tavolacci in legno ricolmi di boccali da un litro di birra ciascuno, migliaia di persone con vestiti e cappelli tipici bavaresi che bevono, ballano e cantano sulle musiche bavaresi della banda che, in costume tradizionale, suona sul palchetto. Cenare a base di wuster, stinco e pollo tutti appiccicati gli uni agli altri senza barriere di sorta e poi alzarsi tutti in piedi, calici in alto e cantare: “Ein Prosit, ein Prosit, der Gemuetlichkeit, Ein Prosit, ein Prosit, der Gemuetlichkeit, Ein…Zwei…Trei Gsuffer!” non ha prezzo!

Quando poi a notte fonda sono pure riuscita a farmi una doccia calda nel camping assieme a qualche dozzina di altre ragazze tutte ancora cantando e ridendo, ho pensato che la sfiga avesse ormai cambiato direzione.

Siamo pure riusciti, l’indomani mattina, a fare un giro per Monaco, a tornare alla fiera, ed entrare nello stand della Paulaner dove avevamo un ticket per tre litri di birra gratuiti!

Con tutta questa euforia non ho quindi dato peso, appena ripartiti da Monaco in direzione Genova, che effettivamente aveva ripreso quel cigolio ormai noto. (Ormai datemi una cinghia da cambiare ed io riesco ad occhi chiusi). Nonostante la nostra andatura non superasse i 70 kmh, e nonostante avessimo tutti pance gonfie di pipì per fermarci il meno possibile e non sottoporre il motore a sforzi evitabili, dopo quasi 500km, il maledetto ferrovecchio ci lascia nuovamente a piedi, all’altezza di Peschiera.

Quando è troppo è troppo. Ci siamo guardati nelle palle degli occhi. Io su quell’aggeggio indemoniato non ci avrei messo più piede. Erano le 10 di sera, pioveva ed eravamo esausti. Abbiamo, di comune accordo, abbandonato il collega responsabile del weekend infernale a Peschiera ed, uno in treno e gli altri sei sul camper nuovo, siamo tornati a casa, con ben 12 ore di viaggio sulle spalle ed una tre giorni quantomeno impegnativa.

Lo volete sapere il colmo? Il collega, dopo che ha cambiato la quarta cinghia in 3 giorni, sapete cosa ci ha detto? “Se scopriremo che cosa esattamente fa rompere la cinghia, potremmo pensare di  tornare ad Innsbruck a Dicembre per vedere i mercatini di Natale” …. E chi lo conosce bene, sa che non scherza. Dal canto mio, ho messo un impegno ricorrente sull’outlook, fino a Febbraio del prossimo anno risulto impegnatissima.

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I Viaggi della mia vita
29/08/2011, 17:41
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Vicino o lontano, un viaggio apre la mente, insegna a cavarsela, dona una cultura che nessun libro può trasmettere.

Certamente però, ognuno, anche i più restii a muoversi, ha una meta, un desiderio nel cassetto: il viaggio dei sogni.

Il mio primo vero, grande, viaggio dei sogni è stato, senza dubbio, il deserto. Quanto fantasticavo, da ragazzina, su quell’enorme distesa di dune dorate: il Sahara dei film, il Sahara della grande Africa.

Destino volle, che la gita di classe della 5° liceo, avesse come destinazione la Tunisia. Allora non era ancora una meta così turistica e riuscimmo con poche centinaia di mila lire a fare un tour da nord a sud, attraverso i laghi salati e le soffici dune. Sbarcata all’aeroporto di Tunisi, eccitatissima, mandai un SMS a mia madre: “Oh mio Dio, sono in Africa! Fa caldissimo qui!” Trascorsi la settimana successiva tra moschee,  thè nelle tende beduine,  passeggiate in cammello e jeep safari. Dormii in mezzo al deserto, dove vidi un cielo stellato come mai prima in vita mia. L’assenza del campo nel mio cellulare, allora dual bend, contribuì a quell’atmosfera di natura selvaggia e remota.

Esaudito questo viaggio dei sogni, fortuna volle che, per svariate vicissitudini, capitò un inaspettato “last second” in Egitto. La barriera corallina di Sharm, con i suoi coralli e la sua miriade di pesci, di ogni forma e colore, mi lasciò letteralmente senza fiato. Ricordo ancora la primissima volta che con la maschera guardai sott’acqua: bevetti. Tale fu  la sorpresa per quel mondo sottomarino che di fatto sembrava essere un cartone animato vivente, un Nemo fattosi realtà, che non riuscii a trattenere l’emozione: sospirai di sorpresa e bevetti un po’ di mar rosso. Fu anche il viaggio degli incontri di primo grado con decine di delfini, un paio di tartarughe giganti, ed  il mio primo incontro ravvicinato con uno squalo bello grosso!

Sarà stata l’aria d’Egitto, di fatto cominciai a sentire il desiderio di vedere le piramidi. Tuttavia sono sempre stata un po’ anticonformista, ed in fondo in Egitto ero già stata, quindi le piramidi che volevo vedere non erano le vicine piramidi Egiziane, bensì le più esotiche piramidi Maya. Così, quando mi laureai della triennale, fu il regalo che chiesi: il Messico. A 21 anni, accompagnata da un caro amico di infanzia, mi misi su un aereo con destinazione Cancun. Che shock il mio primo vero jet leg e il mio primo vero cambio di stagione  inverno/estate: mi venne pure la febbre per un paio di giorni. Così tra spiagge caraibiche, palme, tequila, Corona,  ma anche coccodrilli, scimmie e fenicotteri rosa, salii sulle piramidi Maya, andando a cercare quelle più remote e selvagge, da dove si può contemplare la giungla vergine se si ha il coraggio (e le vertigini) di salire fino lassù, sul cucuzzolo, arrampicandosi su per scalini stretti e alti.

Rientrata anche da questa meravigliosa esperienza, a quel punto cominciai a sognare la grande America. In questo caso però fu più un desiderio di vita che di viaggio, così, due anni dopo, in concomitanza con la fine della laurea specialistica, chiesi di poter condurre la tesi di laurea negli USA. Tre mesi alla Old Dominion University di Norfolk furono intervallati da numerosi weekend avventura: Washington DC, Philadelphia, Baltimora, Cleveland e la grande New York. La grande mela, la città dei tg, la città dei Ghost Buster  e di Peter Parker. La città dei grattacieli così alti che se si prova a guardarne l’estremità dalle fondamenta, si rischia di ruzzolare all’indietro. La città della statua della libertà e di Liberty Island, ma anche la città dei giovani, dei pubs, delle luci di Time Square, dei mega Toy R Us, degli M&Ms, della Bubba Gum Shrimp Corporations. La città di Broadway. Solo anni dopo, tuttavia, in compagnia della mia mamma, assistetti ad uno spettacolo e capii che non hai assaporato NY, se non hai assistito ad uno spettacolo di Brodway.

24 enne e piena di buone speranze, tornai in Italia, mi laureai ed cominciai – purtroppo – subito a lavorare. In realtà il successivo viaggio dei miei sogni soggiornava nel mio cuore già da tempo: il Kenya, la sconfinata savana dei grandi animali.  Mi informai, ma il costo era fuori dal mio budget. Tuttavia Cohelo scrive che se si desidera davvero ardentemente qualcosa, tutto l’universo si arma per esaudire quel desiderio. Così destino volle che, durante un corso di formazione a Chicago, incontrai una ragazza romana che da allora divenne una mia grande amica. Questa ragazza ha una cugina hostess di volo, la quale in una fredda giornata di Dicembre mi telefonò: “Fra, lo so che c’è poco preavviso, ma tra un paio di settimane ci sarebbero due posti come Companion di hostess, mi chiedevo se ti andasse di venire con me in Kenya…”. Non potevo crederci, un altro dei miei più grandi sogni si stava avverando. Così la mattina del 2 Gennaio, raggiunta a Roma la mia amica, caricammo armi, bagagli ed aspettative alla volta di Mombasa. L’africa nera mi ha regalato emozioni contrastanti: un forte vento sembrava voler spazzar via la fame e le brutture dell’Africa nera, per farti godere delle meraviglie di quella terra: dall’immensa distesa blu dell’Oceano Indiano, alla sconfinata savana. In jeep safari tra felini, macachi, zebre, ippopotami, giraffe ed elefanti ho trascorso tra le ore più emozionanti della mia vita.

Poco dopo compii 25 anni e la mia vita era assai impegnativa: un lavoro che non lasciava tempo per me, un master impegnativo prosciugava ogni ora lontana da lavoro, ogni weekend. Poi volevo sposarmi: la casa, il matrimonio, tutto richiedeva danaro. Così per 3 anni mi accontentai di viaggetti molto meno impegnativi, prevalentemente in Europa.

La data delle nozze di avvicinava e certamente non avevo alcun dubbio, due erano a quel punto i miei nuovi, grandi, viaggi dei sogni: il Giappone e la Polinesia. I templi buddisti e scintoisti di Kyoto, le luci di Tokyo, le serate a Gion a caccia di Gheishe. Il Giappone è stato, senza dubbio, il viaggio più entusiasmante, formativo ed affascinante della mia vita. La Pagoda d’Oro, ed il templi di Asakusa ed Inari sono forse i luoghi più belli e mistici che io abbia mai visitato.

Sulla Polinesia non spendo parole: ognuno ha negli occhi le immagini da sogno della laguna blu di Bora Bora, delle sue acque cristalline, le razze e gli squaletti  che scorazzano liberi. La gara delle piroghe e le danze Thaitiane furono il giusto coronamento per un viaggio di nozze che posso assolutamente definire da favola.

Arriviamo ai giorni nostri. A poco più di un anno dalle mie nozze, ho fatto qualche altro viaggetto sia di lavoro che di piacere, ma sono stata, fino ad ieri, assolutamente apatica nel progettarne di nuovi. Ho pensato che potrei andare in Brasile, oppure  in Thailandia, o ancora a vedere i fiordi della Norvegia, ho il desiderio di visitare Mosca e S. Pietroburgo. Ho anche l’intenzione di completare gli USA: mi mancano tutti i grandi parchi e la west coast… Tutto vero, tutti viaggi meravigliosi, però… può una di queste mete davvero diventare il mio prossimo viaggio dei sogni? L’altro ieri ho avuto l’ephifani. Mi sono chiesta: “Fra, ma se davvero domani potessi partire per qualsivoglia meta, dove andresti?”

Mi ricordai il mio primissimo desiderio, e cosa dissi subito dopo, rientrata da quel viaggio. Mi ricordai che, appena tornata dal deserto del Sahara, dissi a mia mamma: “Oh mamma, ora che ho visto l’enorme distesa di sabbia, non mi rimane che vedere l’enorme distesa di ghiaccio”. Ricordo anche, anni fa, di essermi informata per visitare l’Antartico con una rompighiaccio: peccato che mi resi conto che questo è il viaggio più costoso che esita sulla terra: ai tempi costava 11 milioni delle vecchie lire – a testa. Ovviamente non alla mia portata. Però non tutto è perduto, così, digitando poche parole su google, finalmente, ho scovato il mio prossimo viaggio dei sogni. Quello che mi lascia senza fiato, quello che mi incanala i pensieri, quello che mi eccita a tal punto da tenermi sveglia la notte a ripensare alle mete ed ai tempi di percorrenza: la Lapponia. La terra di Babbo Natale, della rompighiaccio Sampo (250€ per 4 ore, ma suvvia, un bagno tra i ghiacci non ha prezzo!). Terra delle nevi, dove gli hotel hanno camere fatte ad igloo di ghiaccio o di vetro così si può ammirare l’aurora boreale dal proprio lettuccio. Terra di foreste e laghi, di safari tra i ghiacci con renne ed husky. Così è deciso, a Marzo si parte da Malpensa. Direzione? Rovaniemi!

E voi? qual’è stato/quale sarà il vostro “viaggio del sogni”?

p.s se qualcuno fosse interessato ad uno dei viaggi che ho fatto, posso darvi infos a tal riguardo…chiedete e vi sarà dato!!!




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