Ilcorpodigrazia's Blog


A grande richiesta… Tsugumi. Parte 5.
12/05/2009, 17:47
Filed under: Tsugumi

L’estate sarebbe volata via in un soffio e senza quasi accorgersene Tsugumi
si ritrovò seduta su un jumbo in partenza per l’America.

Un volo moderatamente inquieto, fatto di sogni a occhi aperti e di
sonnolenza data da troppe gocce di tintura madre.

Tsugumi si rendeva conto che il suo momento era arrivato, che finalmente
avrebbe potuto coronare il suo sogno. Sarebbe diventata una famosa giornalista,
stimata e apprezzata. Era decisa tuttavia a trovare un modo per continuare a
danzare. La scrittura e la danza. Le due grandi passioni alle quali Tsugumi non
avrebbe mai potuto rinunciare.

In Francia aveva partecipato all’ultima gara nazionale si danza
contemporanea, insieme alle sue compagne, ed aveva avuto modo di esprimere la
quintessenza della femminilità attraverso il suo corpo. A undicimila metri di altitudine,
sopra l’Oceano Atlantico, Tsugumi chiuse gli occhi per rivivere quei momenti.

Si rivide dietro il palcoscenico, mentre ballava il gruppo prima del suo.
Lei da dietro le quinte poteva scorgere le ombre dei corpi che si muovevano a
ritmo di musica, percepiva il pubblico vivo nella platea e in galleria, che
respirava e desiderava quei corpi sinuosi e perfetti.

Poi la musica finì, il sipario si richiuse e tutte e otto si posizionarono
nella coreografia di inizio. I respiri affannosi, gli ultimi applausi del
pubblico, la concentrazione massima, le gambe tremanti. E poi più nulla, solo
musica, corpi, luci, respiri. Tsugumi non sarebbe mai diventata una ballerina
classica. Non aveva il corpo adatto. Quel collo del piede che non si decideva a
reggerla, quel sedere a mandolino troppo sporgente per la danza classica.
Tsugumi era tanto perfetta per un uomo, quanto inesatta per la danza classica.

Una volta le sembrò di arrivare vicina al successo, o quanto meno alle luci
della ribalta. Sapeva che non avrebbe mai potuto aspirare al teatro ma pensava
che la televisione fosse del tutto alla sua portata. Poi un uomo le fece capire
quali erano le sue vere intenzioni. Da quel momento Tsugumi preferì la
scrittura e dedicò i suoi studi in questo senso. Tuttavia non smise mai,
neppure per un momento, di danzare. Si accontentava di farlo per se stessa, per
il suo corpo e per la sua mente. La danza le preservava un corpo perfetto e una
mente equilibrata. Solo quando ballava, ancora più di quando faceva l’amore,
Tsugumi riusciva a non pensare a nulla. Solo al suo corpo, ai muscoli che si
tendevano, al sudore della sua pelle. Quando ballava Tsugumi, era un po’ come
se facesse l’amore con se stessa.

Meat or
chicken
?”. L’hostess di volo la
riportò alla realtà.
“Chicken, please”.
Tsugumi odiava volare. Sin da bambina aveva ereditato il terrore degli aerei da
sua madre, quando in quella ora di volo da Parigi alla Costa Azzurra, non poté
che essere turbata nel vedere sua madre rileggere la stessa pagina del
quotidiano per un’ora di fila, al contrario.

E dire che tutta la sua famiglia, da parte del padre, era composta di
aviatori.  Tsugumi si chiese cosa mai
avrebbe potuto pensare di lei il suo povero nonno a vederla in quelle
condizioni di panico ogni volta che saliva su un aereo. Sospirò. In fondo si
convinse che suo nonno non avrebbe fatto che sorriderle dolcemente, divertito.
Guardò l’hostess servirle il pranzo. Non era giovane come le assistenti di volo
che era solita trovare. Questo fatto la rassicurò moltissimo. Nel frattempo
l’americano seduto accanto a lei continuava a sbellicarsi dalle risate seguendo
un film demente. Tsugumi pensò che probabilmente gli americani fossero più
inclini al riso dei Francesi. Tsugumi finì il suo
chicken
con
vegetables sintonizzando il televisore di bordo sui Goonies, il suo film preferito
di quando era bambina e, finito di pranzare, si assopì. Sognò un ragazzo alto e
biondo, sdraiato nudo su un golfo di spiaggia bianca, dietro l’ultimo molo, e
un cavallo che li guardava, mentre facevano l’amore.

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Tsugumi – Parte quarta
11/11/2008, 13:06
Filed under: Tsugumi

Mancavano ormai pochi giorni alla fine delle vacanze e Tsugumi sentiva avvicinarsi l’eccitazione del grande volo. Quel pomeriggio aveva deciso di bighellonare nel golfo di spiaggia bianca giusto di fronte a casa. Camminò sulla battigia sino quasi alla foce, si fermò poco oltre il piccolo bar di legno dove, quando era adolescente, aveva acceso la sua prima sigaretta. In quel punto della spiaggia si poteva godere la migliore vista del golfo. Non era propriamente un caso che Tsugumi avesse deciso di trascorrere il pomeriggio lì: già da qualche giorno aveva fatto amicizia con un simpatico quanto loquace ragazzo milanese. In realtà non le interessava minimamente quella amicizia, ma era incredibilmente attratta da un altro ragazzo, un amico di quel logorroico milanese.

Sulle prime Tsugumi non si rese conto di quanto le piacesse, semplicemente seguì con genuinità i suoi istinti. Si ritrovò così a cercarlo con lo sguardo tra i corpi seminudi sdraiati sulla spiaggia.

Paul era biondo, alto, magro e ben proporzionato. Aveva gli occhi a mandorla e la pelle dorata. Era abbronzantissimo e la barba di qualche giorno lasciava spuntare un pelo rossiccio.

Probabilmente Tsugumi era così attratta da Paul non solo perché lui rappresentava esteticamente il suo ideale di bellezza, ma anche perché Paul non sembrava essere minimamente scosso dalla conturbante bellezza di Tsugumi. Sembrava immune al suo fascino. Solitario e serio se ne stava sdraiato a prendere il sole, con il suo mp3 nelle orecchie, muoveva appena il polpaccio a ritmo di musica. Non si guardava attorno, non faceva il cascamorto con le ragazze, non cercava di far colpo. Di tanto in tanto, si alzava per nuotare o per comprarsi un gelato. Era di una semplicità talmente disarmante che rasentava la perfezione.

Tsugumi era assolutamente attratta ed infastidita dal suo comportamento. Continuava a chiedersi che tipo di musica potesse interessarlo tanto da estraniarsi dal mondo che lo circondava, come se fosse quella stessa musica la causa della disattenzione nei suoi confronti.

Quel pomeriggio, Tsugumi lo cercava inconsapevolmente con lo sguardo, quando improvvisamente incrociò i suoi occhi.  In un attimo si sentì tradita dal suo stesso sguardo e reagì di istinto, sdraiandosi goffamente e troppo velocemente a pancia in giù. Con le braccia sopra il volto, facendo finta di proteggersi dal sole ma volendo, di fatto, nascondere il rossore sulle gote per essere stata colta così in fragrante. Tsugumi avrebbe potuto giurare di aver colto, in un istante, un sorriso divertito sulle labbra di Paul.

Di fatto Paul era stato il primo uomo sulla faccia della terra, a cogliere la pura essenza di Tsugumi, ad abbattere quella barriera di fascino, di altezzosità, di sicurezza di sé.

 

Quel pomeriggio, più tardi, con grande sorpresa di Tsugumi, Paul da un momento all’altro, senza un motivo e senza preavvisi, si alzò e spostò il suo asciugamano di fianco a quello di Tsugumi. “Ti va un po’ di musica?”. Di fatto, era la seconda volta all’interno dello stesso pomeriggio, che Tsugumi rimaneva sbalordita. Di solito i ragazzi non si avvicinavano a lei, intimoriti dalla sua bellezza così sicura e lontana, oppure, al contrario, cercavano un contatto sessuale, incoraggiati dall’eros che sprigionava la sua pelle candida e profumata. L’approccio di Paul, così semplice e istintivo, l’aveva colpita, e ancora di più l’aveva stupita il fatto che lui le avesse permesso di entrare in quel suo mondo così privato, fatto di sole e di musica, apparentemente impenetrabile, che la incuriosiva tanto. “Ok, dai, volentieri, cosa ascolti?”. “Un po’ di tutto…”. Tsugumi lo guardò incuriosita: “In che senso, scusa?”. Paul accennò un sorriso divertito: “Diciamo dalla musica anni 80 all’Hard Core…”. Tsugumi gli lanciò un’occhiata incuriosita e sicura di sé e accettò l’invito. Si sdraiarono sulla sabbia, uno di fianco all’altro. Tsugumi, di tanto in tanto, contemplava il suo volto, le sue mani, i suoi piedi. Ascoltò la sua musica, fatta di canzoni così diverse e contrastanti.  Si rese conto che in quel uomo, lei si sarebbe potuta perdere. La maschera di altezzosità con lui crollava, e ne fuoriuscivano genuinità ed istinto, semplicità e bellezza.

Quando Tsugumi si innamorava, diventava per lui e solo per lui, terribilmente ingenua.

Alla fine della giornata Paul si propose di riaccompagnarla a casa. Tsugumi lo lasciò guidare la sua bicicletta e si sedette dietro di lui, aggrappandosi alla sua schiena salata di mare e bruciata di sole.

Arrivati all’hotel di Paul, Tsugumi balzò giù dalla bici, lo fece fermare, e senza guardarlo gli diede appuntamento per l’indomani. Lo avrebbe portato nella sua spiaggia isolata.

 

 

Era da poco passata l’ora di pranzo, quando Tsugumi fece capolino dal vicolo assolato. Paul era già lì che l’aspettava, al porticciolo, di fronte alle scalinate, dritto su quelle sue gambe lunghe e affusolate, ai piedi le sue scarpette nere raso terra.

Tsugumi era meravigliosa, avvolta in un pareo colorato che lasciava trasparire un bikini marrone mozzafiato, una voluminosa borsa di paglia sulla spalla.

“Andiamo?”. Paul sorrise come se si fossero conosciuti da sempre, come se quel momento fosse stato lì ad aspettarli dall’alba dei tempi. Non sentirono il bisogno di parlare ininterrottamente e non si curarono dei silenzi. Stavano assieme semplicemente, con la naturalezza di chi è fidanzato da anni. Ciò alla quale non potevano rimanere indifferenti, era la passione che scorreva nei loro corpi perfetti, dentro Tsugumi, così come dentro Paul. Fino nel profondo delle viscere. L’attesa della strada non faceva che aumentare il loro desiderio di sfiorarsi, di toccarsi, di baciarsi, di mordersi.

Arrivati al golfo, Tsugumi gli prese una mano e lo condusse nel punto più isolato, dietro l’ultimo molo, dove i paguri ed i granchi facevano compagnia al cavallo solitario della villa sul golfo.

Quando si girò per dirgli che erano arrivati Tsugumi non fece tempo ad accorgersi che lui era così vicino che la baciò dritto sulla bocca, le morse un labbro, la avvolse con le sue braccia.

Non aspettarono che i cinque o sei bagnanti, sparsi qui e là nella baia se ne andassero, si spogliarono  nudi dietro il molo. Si sfilarono via i costumi continuando a baciarsi in tutto il corpo. Trasportati da una passione che avvolgeva i loro corpi giovani e perfetti, lui la penetrò con una dolcezza ed una sicurezza, che Tsugumi non poté fare a meno di pensare, che quel uomo doveva aver avuto moltissime amanti.



Tsugumi – Parte terza-
13/10/2008, 09:30
Filed under: Tsugumi

Quella estate Tsugumi era al top, e le persone che le stavano accanto non poterono far altro che notarlo.

Trascorse le sue giornate con le sue due amiche, al mare, girovagando per l’isola, mangiando pranzi al sacco sulla spiaggia e assaporando i profumi dell’estate.

Tsugumi aveva conosciuto Ludovica ed Alessandra molti anni prima, quando erano appena delle bambine, lì sull’isola. Tutte e tre avevano genitori benestanti che facevano parte della borghesia francese, Ludovica possedeva un villino nel paese accanto, ed Alessandra trascorreva parte delle sue vacanze in un attico sul mare non distante dalla casa di Tsugumi. Capitava di tanto in tanto che si ritrovassero anche durante l’inverno, ora in una città ora in un’altra, ma d’estate l’appuntamento sull’isola era da sempre un rituale irrinunciabile: il loro momento di puro divertimento lontano dalla città e dai pensieri.

Tsugumi non aveva memoria del primo giorno in cui incontrò Ludo o Ale, semplicemente nei suoi ricordi erano sempre esistite, come i suoi genitori o i suoi zii. Tuttavia custodiva gelosamente le lettere che si spedivano durante l’inverno, quando erano bambine. Possedeva alcune foto della prima estate in cui incontrò Ludovica. In particolar modo era affezionata alla prima foto in assoluto di loro due assieme: Tsugumi aveva cinque anni e mezzo ed Ludovica ne aveva già compiuti sette. La foto le ritraeva sedute su un muretto di fronte alle cabine telefoniche, proprio nel centro del paese. Quel muretto, così come le cabine telefoniche, erano ormai tristemente sparite dopo l’avvento dei telefoni cellulari, ma Tsugumi aveva la fortuna di ricordare quanto fossero aggregativi quei momenti, quando in coda per telefonare, si potevano incontrare amici, si poteva chiacchierare con perfetti sconosciuti, alle volte ci si poteva innamorare.  Tsugumi qualche volta riguardava quella foto con un pizzico di malinconia ma, di fatto, i loro vestitini colorati e le loro facciotte sorridenti erano la premonizione di una profonda e felice amicizia. Alessandra, invece, l’aveva conosciuta tramite Ludovica e, dopo aver trascorso buona parte dell’adolescenza assieme, si erano perse di vista per un paio d’anni ma, quando le loro vite sembrava che avessero preso strade diverse, così come si erano separate, si erano poi ricongiunte qualche anno più tardi. Due diverse esperienze le avevano poi riportate sulla stessa via.

 

In quella estate, quasi venti anni dopo, quelle tre bambine erano diventate giovani donne, fresche e colte, piene di fascino e di sensualità.

Tutte e tre adoravano in particolar modo camminare sino a una piccola insenatura di sabbia bianca, nascosta in un golfo isolato, raggiungibile solo a piedi.

Partivano con le loro borse di paglia a braccetto, le infradito e gli zoccoli ai piedi e percorrevano la stradina sterrata tra gli arbusti bruciati dal sole. Camminavano scostando i rami secchi che si protendevano sul sentiero, e odorando i profumi di terra e di mare, di lavanda e di mimosa. Chiacchieravano, ridevano e cantavano, qualche volta con un ombrellino aperto sopra la testa, per ripararsi dal solleone di Agosto. Tsugumi adorava andare in quella spiaggia perché sapeva arrivarci solo chi conosceva bene l’isola, era lontana dal turismo statico e banale delle spiagge attrezzate. Attorno c’era solo il verde degli alberi che nascevano sino sulla spiaggia e che, dopo le cinque del pomeriggio, regalavano un’ombra rigenerante. La adorava anche perché in quella spiaggia Tsugumi poteva spogliarsi. Lì potevano tirar via quei fastidiosi reggiseno e, presto la mattina oppure tardi nel pomeriggio, quando si ritrovavano loro tre sole, si sfilavano il costume e giocavano nude tra le onde calme della baia.

Scherzavano con i loro corpi perfetti e la pelle color oro, prendevano in giro Ale per il suo bellissimo e prosperoso decolté e Tsugumi per le sue gambe lunghe ed il suo sedere a mandolino, recitavano le caricature dei pretendenti di turno, mimandoli grottescamente. Ridevano, ridevano e nuotavano tra i paguri e i piccoli granchi dorati, fino a quando stanche e sorridenti si sdraiavano sulla spiaggia, all’ombra degli alberi, e sonnecchiavano sino ad ora di cena.

L’unico discreto spettatore era il cavallo solitario della villetta sul golfo, che scorrazzava libero tra un recinto di pini marittimi e che, di tanto in tanto, faceva capolino sin sulla spiaggia e le guardava curioso.



Tsugumi – Parte seconda
09/10/2008, 09:00
Filed under: Tsugumi

Un pomeriggio, tutto di un tratto, Tsugumi capì che la sua vita sarebbe cambiata.

Sin da quando era una bambina, sapeva che quel pomeriggio sarebbe arrivato. Tsugumi non era destinata a confondersi tra i pendolari. Quando lesse la lettera di ammissione all’ultimo anno universitario in una delle più importanti facoltà americane, capì che il suo futuro si era finalmente srotolato davanti ai suoi piedi, come una magnifica passerella rossa per una star di Holliwood.

La sua passione e il suo collo nobiliare ben poco si confacevano con i suoi parenti. Impossibile vivere in una famiglia semplice se pur felice, e in un paese bigotto se pur libero, per una ragazza come Tsugumi. Un corpo perennemente innamorato, una mente libera, un animo irrequieto e sempre alla ricerca di ciò che lo può appagare.

Due mesi di spensieratezza la separavano dal grande volo verso la sua vita. Sarebbero stati due mesi nei quali avrebbe finalmente potuto assaporare tutto ciò che aveva intorno. Tutto ciò che le sarebbe parso assolutamente privo di interesse, se non avesse saputo che da lì a due mesi, sarebbe stata ad un oceano di distanza.

Gli aperitivi con Niclas, le passeggiate sulla Senna con Scotty, il piccolo Shitzu della sua vicina della sua vicina di casa,

ma anche le serate con Dado, i pettegolezzi con le sue compagne di danza,

tutto d’un tratto assunsero un sapore diverso, nuovo, un sapore di buono.

 …

In quella estate Tsugumi trovò il tempo per tornare ancora una volta nella sua casa al mare, sull’isola.

Quel posto per Tsugumi era da sempre il suo eremo, la sua pace, la condizione di massimo piacere. Sentiva un legame di sangue con il suo mare, con il suo verde, i suoi sentieri, i suoi profumi. Quella isola le apparteneva nel profondo, come accade solo per le cose di cui si riesce a cogliere la loro più semplice ed autentica essenza. Lì diventava, se possibile, ancora più bella. La sua spontanea bellezza esplodeva con la semplicità di una bambina ma con la passione di una donna. L’estate le accendeva il fuoco nelle vene.

Durante giorno la sua pelle soffice e vellutata ne sapeva di salsedine e di sole, durante la notte profumava di gelsomini e di limone, di pesca e di mandorle.

Girava in bicicletta Tsugumi. Quanto era bella, Tsugumi, mentre pedalava, minigonna e tacchi nel cestino, quando la sera arrivava nel suo pub preferito, tra ragazzi a bordo delle bmv e jaguar del papà o in sella a moto potentissime, compariva lei, a piedi nudi sui pedali.

In quel momento, d’estate, più che in ogni altro dell’anno, l’isola trasudava gioventù, spensieratezza, profumo di mare, e le persone attorno a Tsugumi non potevano fare altro che impazzire per lei.

Mentre ballava alla sera accanto alle sue amiche del cuore, con le spalle scoperte, su tacchi vertiginosi, Tsugumi trasudava passione ed erotismo. Si innamorava Tsugumi, si innamorava tutte le sere di cui aveva voglia, ma si concedeva a pochi. Non poteva fare l’amore senza passione, doveva aspettare il ragazzo giusto, quello dalle gambe affusolate, dal profumo inebriante, dalla dentatura perfetta, dalle mani fini.



Tsugumi Parte prima -RIGHT RESERVED-
15/09/2008, 20:27
Filed under: Tsugumi

Tsugumi era bellissima. Ma non era una bellezza da indossatrice, di quelle alte, spigolose e senza forme, e neppure una bellezza mediterranea, di quelle formose e volgari. Tsugumi avrebbe potuto far parte del corpo di ballo del Crazy Horse di Parigi.

Era slanciata, ma non troppo alta, era magra ma al punto giusto; il suo seno, pieno e sodo aveva la forma di una perfetta coppa di champagne, ma ciò che gli uomini amavano di più di Tsugumi era il suo sedere a mandolino. Tutti, quando pensavano a Tsugumi, sognavano il suo perfetto sedere a mandolino.

Quella sera era stanca Tsugumi, quando si alzò dal suo posto e si voltò verso quel vagone pieno di pendolari, non aveva voglia di prevedere i soliti sguardi ammirati e talvolta increduli che la contemplavano, semplicemente si mosse verso la porta del treno.

Sembrava una venere, con la pelle bianca e i lunghi capelli biondi, ma una venere stanca. Era vestita di nero da capo ai piedi e, chi la conosceva bene, sapeva che quello non era un abbigliamento per stupire, sapeva che c’era un che di melanconica routine in quei pantaloni neri stretti, nelle sue scarpette a punta, nel suo scollo a V che lasciava intravedere un tanto minuscolo quanto perfetto neo sul seno destro.

Mentre si muoveva nel corridoio la sua andatura, se pur stanca, lasciava intendere di essere sicura, consapevole, Tsugumi aveva l’andatura e i modi di fare di qualcuno che  la vita la conosceva molto bene.

L’importante, per gli uomini che non volevano inciampare nel suo fascino conturbante, era non incrociare il suo sguardo.

Aveva gli occhi da cerbiatta Tsugumi, biondi come i capelli, e grandi, enormi. Aveva le ciglia lunghe e folte.

Quando ti guardava, Tsugumi era capace di trasmetterti tutta l’eccitazione che aveva nel corpo, tutto l’erotismo che sprigionava quando faceva l’amore. Lo capivi con una sola occhiata che Tsugumi aveva sempre voglia di fare l’amore. Si concedeva però, solo a uomini bellissimi ed affascinanti, dalle gambe lunghe ed affusolate, dal petto definito e lo sguardo penetrante.

Anche quella sera il ragazzo che incrociò il suo sguardo non poté fare a meno di innamorarsi di lei. Tsugumi aveva negli occhi la verità del mondo e te la poteva regalare con uno sguardo, e poi strappartela via di nuovo, pochi attimi dopo, e portarla via con sé, dietro le porte del treno che si richiudevano alle sue spalle.




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