Ilcorpodigrazia's Blog


Per farci due risate

http://turistipercaso.it/fiat-sedici/video/745/

Ecco un sunto di alcuni miei errori durante i miei reportage per Turisti per Caso…e famoci due risate!

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E venne il momento dello scambio di regali….

Sono reduce da un’ennesima cena di Natale.

Sarà che c’è crisi, sarà che la maggior parte dei partecipanti è genovese, si era preso due decisioni: la prima riguardava la location, ossia la casa di B. (vi ricordate di lui? Il malefico collega del camper, quello dell’Oktoberfest!), la seconda riguardava i regali: ognuno doveva portarne uno, rigorosamente riciclandolo da qualcosa che avesse a casa.

Con queste belle premesse,  con in mano due Icnusa, un’aranciata baladin ed il mio regalo spazzatura (incartato alla bene meglio nel parcheggio, con tanto di carta e nastro, ovviamente, riciclati e non a tema natalizio), mi presento alle 19.50 al video citofono del succitato collega B.

Per altro trascorriamo i primi 10 minuti in attesa che arrivassero gli altri….  battibeccandoci (ovviamente, aggiungerei per chi ci conosce bene). Prima gli ho tirato un urlo dal bagno perché al posto della saponetta ho trovato un’informe massa marroncina che lui sosteneva orgoglioso si trattasse del famosissimo “sapone di aleppo” ormai a suo dire preziosissimo date le precarie condizioni economico-politiche siriane.

Dopo che, in alternativa, mi ha offerto il sapone del bidet, ho preteso e finalmente ottenuto una micro-saponetta normale che lui aveva fregato da chissà quale hotel. Ma ve la immaginate la scena di me e lui che litighiamo davanti allo specchio del bagno per la saponetta? Per di più dopo una giornata di lavoro? Torno in sala già esasperata e gli chiedo un sottofondo musicale natalizio per rilassarmi dal teatrino in bagno. Di tutta risposta il cd comincia a sputare tetri canti corali della Russia ortodossa. Lo guardo torva mentre lui muore dal ridere: “Ma un banale Jingle Bells è chiedere troppo?” Sto per crollare in una nuova crisi isterica quando, grazie al cielo, un provvidenziale A. suona al citofono e la serata comincia a popolarsi di persone.

Accumuliamo via via i regalini sotto l’albero, ordiniamo le pizze e gustiamo una fetta di panettone così, tra una chiacchiera ed una risata, arriva finalmente il tanto atteso momento dello scambio dei regali.

Qui se ne sono viste delle belle ed è il motivo che da solo è valso questo post.

Per non incorrere in facili sotterfugi abbiamo numerato tutti i regali ed appallottolato i corrispettivi contro-foglietti dentro la grolla dell’amicizia (vuota, ovviamente). Poi a turno abbiamo estratto il foglietto e quindi l’assegnazione del regalo è stato assolutamente casuale.

Primo ad estrarre il suo regalo: X (maschio), che si è beccato il mio regalo, ossia una sottospecie di presepe in miniatura dentro un non meglio identificato scarpone, con tanto di lucetta cangiante. Una cosa orribile, davvero orripilante. Ho anche il dubbio che me l’avesse regalato mia suocera, speriamo che mio marito non se ne accorga mai, fortuna che non è su Fb e che non legge il mio blog.

Si avvicina molto a bruttezza il regalo che ha ricevuto Y. (maschio). Bene lui ha avuto in dono una specie di orologio dalle sembianze di un mouse, quindi pure la beffa durata qualche frazione di secondo di essersi accaparrato un regalo utile. Pare per altro che si possa vedere l’ora solo pigiando un bottoncino, altrimenti l’oggetto rimane un inanimato pezzo di plastica dalle sembianze topolinesche.

Poi arriva la vera beffa: Z. (femmina) ha deciso di sbarazzarsi di un libro, tale “La caduta dell’Aquila”,  pare un romanzo storico dedicato a Giulio Cesare che lei, ovviamente, non ha mai aperto, e che è finito in dono al povero A. (maschio), il quale ha promesso solennemente di leggere. Ma la beffa arriva ora, se lei pensava di essersi sbarazzata un paio di centinaia di pagine storiche, in tutta contropartita si è beccata un tomo da 1000 pagine di Bruno Vespa: “Il cuore e la spada”. Povera Z. anche lei, di solito super positiva ed ottimista, ha dovuto inchinarsi al destino beffardo.

W. (femmina) ha ricevuto un oggetto prendi polvere, ma anche qui c’è stata la beffa: il pacchetto era meraviglioso, un sacchettino di dimensioni più che rispettabili, grazioso, e pareva pure quasi-nuovo. Peccato che dentro, questo oggettino riproducente un paio di zoccoli olandesi, aveva le dimensioni di una caramella mou.

La povera W. lo perderà nei meandri dei suoi vestiti o delle sue borse in tempo zero, forse lo ritroveranno i nostri pro pro pro nipoti quando noi tutti saremo estinti e ci saranno studi approfonditi riguardo l’utilità del suddetto oggetto nei primi anni ’10.

E dire che W. aveva lasciato tutti di stucco privandosi di uno dei suoi oggetti più chiacchierati. Il regalo di W., manco a dirlo, è ovviamente finito nelle mani del famigerato genio del male, ospite di casa, nonché nipote dello zio del famoso camper, B. (maschio). Perché deve essere sempre così sfacciatamente fortunato? Vogliate sapere che W. è infatti un’amatrice di film. Una vera intenditrice, che spazia dalla filmografia cecena sottotitolata in azero alle pellicole mute della Berlino del primo dopoguerra. Tra il suo arsenale cinematografico è anche presente il genere erotico. Ecco, uno dei suoi film più chiacchierati ora fa parte della videoteca del malefico B. Quanto lo abbiamo invidiato!

Y. (maschio) ha ricevuto il regalo che avrei voluto per me. Un portafoto. Ma non uno di quelli con cornice, giammai. Uno di quelli che ha una base dalla quale fuoriesce uno stelo con in cima una mollettina. Che meraviglia! E dire che sulla scrivania ne ho già uno con la base a forma di fiore rosa. Quanto ci sarebbe stato bene accanto questo che aveva, come base, niente popò di meno che un pesce palla verde!

Per finire arriviamo a me. Io ho ricevuto un film. Ovviamente proprio io che tipicamente i film li detesto. Pare che sia anche piuttosto bruttino: Parnassus. Certo però non mi posso lamentare, se penso al mio scarpone lucente contenente un mini presepe, direi che, nello scambio, mi è andata di lusso!

Ottimo! Ora non vi resta che organizzare anche voi una bella cena natalizia con scambio di regali riciclati, vedrete, ne verranno fuori delle belle!

Buon Natale amici!



Facebook: tutto quello che non avreste mai voluto sapere

Facebook, Twitter, Whattsapp, ora anche Pinterest: tutti strumenti del demonio.

Ormai siamo tutti impazziti. Anche per la strada, anche mentre camminiamo, mentre guidiamo, tutti a capo chino e pollice mobile a “chattare”, “Twittare”, “fan cazzare”.

Dove è uno, cosa sta facendo l’altro, con chi è Tizio, la foto di Caio. Mi ci metto pure io, prima della lista.

Qualche tempo fa due grandi scoperte, e dire che Facebook ormai ce l’ho da 4 anni.

La prima riguarda la sezione “Messaggi – Altro”. Sì perché, oltre ai normali messaggini che si scambiano con i contatti, e che rimangono memorizzati negli annales in apposita schermata, esiste una seconda sezione di messaggi, ossia quelli che ti inviano i “non-contatti”.

Ora provate ad andarci anche voi, vi assicuro con serena certezza che troverete sorprese strabilianti.

Con alcune amiche abbiamo fatto anche una graduatoria, una classifica, ecco la mia top 3:

3° posto: un tizio che alludeva a una non meglio definita “proposta” riguardante le scarpe

2° posto: uno che mi proponeva, per 30.000, euro un servizio in lingerie per il mondo arabo

1° posto: uno che mi offriva 200€ per inscenare una lotta nel fango con un’altra donna

Bello bello, che ridere. Però, signori, ilarità a parte, se per lo più questa sezione è quindi un filtro anti-spam, lì ci ho trovato anche dei messaggi da persone incontrate qui e là, e che mi interessavano. Ma ciò che è peggio, io stessa ho la certezza di essere finita in quella stessa sezione, mandando messaggi a non-contatti per precisi scopi. Una volta stavo pure uscendoci di matto per questo motivo, e non è da escludere che abbia inficiato una relazione con una persona proprio per questo motivo.

Arriviamo alla seconda scoperta, e qui temo potrei procurarvi un piccolo choc. Sebbene ci sia letteratura a tal riguardo e lo stesso Zuckerberg abbia rilasciato dichiarazioni a tal riguardo, il dubbio sussiste.

Da qualche mese a questa parte è infatti cambiato il layout del Profilo di Facebook. Ora, il così detto “Diario” comprende due foto profilo, una piccola ed una che prende tutta la testata della pagina e, subito sotto la foto,  una serie di quadratini piccoli con delle miniature delle ultime foto inserite, degli amici, dei “like”.

Ora arriva la stangata. Nella miniatura degli “amici”, ci sono raffigurate 6 foto. Sei foto di sei amici. Tra 500, 600 o anche 1000 contatti FB, in quel quadratino del profilo, ci sono 6 piccole, inquietanti, foto di amici. Queste foto, con il “refresh”,  a volte cambiano, ma diciamo per lo più rimangono le stesse. Occhio per altro che, chi guarda il tuo profilo, non vede le stesse 6 foto di amici che vedi tu guardando il tuo stesso profilo.  Mi seguite? E’ un po’ complicato, metto uno screenshot:

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Ora la domanda sorge spontanea: con che criterio FB mette proprio quelle 6 foto?

Partiamo da un presupposto, non può essere casuale. Sicuramente ci saranno degli algoritmi complicati alla base della scelta di quelle sei foto, (quantità di messaggi scambiati, di foto in comune, di amici in comune, ecc ecc)

Distinguiamo bene il problema. Se tu vai sul profilo di un tuo amico, vedrai 6 foto di amici suoi, e per lo più sono amici che io e quel amico abbiamo in comune. Ok. Se non abbiamo amici in comune, il sistema come sceglie quelle foto? Casualmente? Chi ha più contatti con quel amico? Già questo potrebbe essere di per se un problema, perché non è detto che io voglia far sapere quali sono gli amici con cui ho più contatti…

Ma arriviamo al vero nocciolo del problema: le 6 foto che compaiono nel nostro profilo,  le miniature che noi stessi vediamo nella nostra pagina del profilo.

La domanda è la seguente. Dei 15 contatti che girano nelle 6 foterelle (sono 6 alla volta, ma se fai refresh più o meno a turnazione ne vengono fuori 10-15), effettivamente 10-13 sono quelli più importanti per noi, con cui abbiamo più contatti, più scambi ma… il punto è, gli altri 2-5? Come mai gli altri 2-5, tra 600 contatti, sono sempre quelli e non cambiano? Fossero random, dovrebbero cambiare!

Capiamo meglio. Anche facendo il refresh della nostra pagina Profilo, in quelle 6 foto, compaiono a turnazione comunque le stesse 10-15 persone. Noterete anche che, tra queste 10-15 persone, ci sono effettivamente quelle con cui avete più contatti, più amici in comune, che visitate di più ma anche….  anche alcuni amici, diciamo 2-3-4, che non cagate. Che non avete mai contattato in vita vostra, che non vi scambiate messaggi, che non andate a vedere i loro profili, con cui avete pochissimi amici in comune. Eppure sono sempre quelli. Tra 500, 600, 1000 contatti, quelli. Come mai? Il dubbio, sorge spontaneo: saranno mica quelli che guardano il nostro profilo più spesso? Da-da-da dan. Ci vorrebbe musica epica di sottofondo. Catastrofe. Tragedia. Sciagura.

Quando l’altra sera, ho posto questa domanda nel bel mezzo di una cena di sole donne, tutte, non una esclusa, fidanzate, conviventi o sposate che fossero, hanno sgranato gli occhi, hanno portato la mano alla bocca ed hanno emesso un sibilo del tipo spavento cosmico.

Se esiste il dubbio che effettivamente quelle sei miniature  non siano randomiche e se, tra quelle 6 foto,  trovi amici con cui non hai contatti, allora significa che probabilmente quelli sono i tuoi stalker più accaniti.

Certo però che qui cadono le regole fondamentali delle privacy facebokiana.

E già perché la regola fondamentale che ha reso FB il leader indiscusso che è oggi, oltre a mettere in contatto le persone, è che su FB metto tutte le informazioni che IO voglio mettere. Nessuno deve mai sapere, a meno che io non lo voglia, che profili guardo.

Ora il sibilo di terrore delle mie commensali l’altra sera era, ovviamente, non tanto dovuto al fatto che, in questo modo, possiamo scoprire chi sono i nostri “stalker” più sfrenati, quanto perché, se noi stesse, nelle segrete e buie sere prima di cadere nelle braccia di Morfeo, “stalkeriamo” qualcuno, allora significa che, la nostra foto, è di diritto fissa in uno di quei 6 quadratini che quella persona vede nel suo profilo. Sgamate, fregate, un due tre stella, fottù.

Diciamola pane al pane, vino al vino, significa che voi siete una delle 6 iconcine del vostro “impossibile love”, quello che andare a guardare tutte le sere prima di addormentarvi, oppure siete una delle 6 iconcine di quella ragazza che tanto invidiate e continuiate a monitorare. Certo potete sempre sperare che quella persona abbia stalker peggiori di voi, oppure che quella persona a sua volta guardi il vostro profilo, ma il dubbio lacera.

Da quella sera abbiamo anche fatto prove degne di studi accademici. Controlli incrociati. Mi dispiace, devo dirvelo, è tutto dimostrato. Abbiamo smesso di usare FB per contattarci e ci siamo comportate come stalker incrociate le une delle altre. Da da da dan, nel giro di 72 ore, le nostre stalker comparivano in una delle 6 foto, e altrettanto da da da dan, quando abbiamo smesso di stalkerarci, siamo nuovamente sparite nel giro di altre 72 ore.

E’ terribile, lo so, ma è la dura verità, e qualcuno doveva pur dirvelo.

Ora a voi la scelta, fregarvene e comportarvi come se nulla fosse, oppure abbandonare il rituale di visualizzazione serale dell’impossible love e comprarvi un buon libro, a meno che non vogliate comparire tra i suoi stalker.  Di certo un risvolto positivo c’è, ora sapete chi sono i vostri stalker e vedrete che in fondo non ve ne stupirete neppure più di tanto… in più, se voi smettete di stalkerare il vostro impossibile love eppure dopo una settimana lui/lei è ancora lì…bè forse è il caso che gli mandiate un buon vecchio sms ed organizziate un incontro…forse non è così “impossible” il vostro love… ;D

Ora però vorrei, dopo tutte queste news choccanti, tranquillizzarvi.

Nonostante tutto, mi sento ancora di dichiarare, con assoluta e serena certezza, di amare Facebook.

Il punto è l’uso che se ne fa. Facebook è un potentissimo mezzo di condivisione. Se avete piacere di rimanere in contatto con persone lontane, se volete aprire i vostri pensieri, condividere le gioie ed anche i dolori, continuate ad usarlo. Non è vero che le persone che ami le senti ugualmente. Perché un conto è sentire, un conto è seguirle, conoscere la loro quotidianità, sapere di che parlare quando ci si rivede. L’amicizia è anche condivisione, se non ci si vede per tanto tempo, si può parlare certo dei massimi sistemi, delle grandi novità, ma sono le piccole cose di tutti i giorni che fanno la differenza.

Ieri, nel giorno del mio compleanno, ho scambiato una parola, un pensiero, un augurio, con più di 150 persone. Sparse per tutta Italia, da Palermo a Torino, da Roma a Trento, e per tutto il mondo, dalla Nigeria al Canada, dagli States alla Cina, dall’Algeria all’Austria, dalla Francia alla Germania. Non ho messo Stati a caso, ho ricevuto auguri da persone sparse in ognuno di questi stati.

Sarebbe stato possibile 5 anni fa?



Sciocchezzuole Post-Lavoro

Lo so, lo so. Non vi parlo di me da un po’.

Potrei raccontarvi della ricerca del Maso di Oberfinz, sarebbe esilarante e spassoso.

Potrei raccontarvi dei miei tormenti. Post degno di 7 password di protezione.

Mi spiace, stasera è serata trash.

Così vi racconterò il mio post-lavoro di stasera. Vogliate sapere che di solito lavoro in una zona industriale, quindi già il fatto di trovarmi ad un corso in piena Genova downtown, mi riempiva di gioia. (Ho pure incontrato Miss Fletcher!).

Ad ogni modo, esco dal corso e, i phod a tutto volume nelle orecchie, mi sollazzo tra le vetrine.

Per altro sono nel mio mood migliore, ovverosia, nessuna voglia di shopping ma solo tanto trash.

Ed è così che mi dedico ad un passatempo spassosissimo: entrare nei peggior negozi che ti possano capitare a tiro e scegliere meticolosamente il capo più orripilante, trash e kitsch che ci sia nel negozio.

Sono fiera di mostrarvi il mio podio:

4° posto: Cappello Dirigi-traffico, comodo per le occasioni in cui si buchi una gomma e ci si debba improvvisare vigilesse.

 

3° posto: Scarpetta da Cenerantola dei giorni nostri, versione truzza: Decoltè rosso fuoco, con punta lucida, tacco 10.

2° posto: fuseaux arazzo. Utile in caso di festa in villa d’epoca in cui ci si voglia mimetizzare nelle pareti.

1°posto: piume, piume ed ancora piume. Da mettere tra i capelli, da appendere al collo. Utile per coloro che hanno appuntamento con un capo indiano sioux, o per chi voglia comunque agevolare il sonno delle persone che incontra scacciando via i brutti sogni

Chiudo con il momento climax della serata: mi attardo ad una bancarella di libri (altro mio passatempo preferito).

Vuoi mai che mi capiti a tiro questo libro:

Comincio incuriosita a sfogliare qualche pagina in cerca di trovare di che stupirmi, mi accorgo però che sono per lo più scritti, diciamo massime di vita sessuale e di situazioni tipiche.

Ora destino vuole che apro il libro a caso e il paragrafo è intitolato: “Come gestire una relazione extra-coniugale”. (Sarà che è più consumato in quelle pagine perchè tutte vanno dritte a quel paragrafo?) Ad ogni modo, divertita e ridacchiante, sempre con la musica sparata a palla nelle orecchie, leggiucchio qui e là.

Mi sento in effetti osservata, alzo gli occhi dal libro e di fronte a me una signora anzianotta, tutta per bene, ben vestita e distinta. Guarda prima me, poi il libro che avevo in mano, poi la fede, poi sbircia il paragrafo che sto leggendo.

Ma lo volete sapere che mi ha lanciato un’occhiata tra l’imbarazzato ed il nauseato?

Ammazza, a signò, si fa tanto per essere informati eh?!

Uauauauauua



A grande richiesta…Oktoberfest!

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Questa è la storia di un’avventura. Se già di per se l’Ockoberfest rappresenterebbe una tre giorni degna di racconto, il vero motivo per il quale la nostra trasferta crucca si è trasformata in una avventura coi fiocchi è lui. Il nostro potente mezzo di trasporto. Sì perché essendo noi un equipaggio di 8 persone, si era deciso di affittare un paio di camper. Poi vuoi i prezzi, vuoi il destino, abbiamo finito col affittarne solo uno e prenderne un altro in prestito dallo zio del mio collega. Ora, chi tra voi conosce il mio collega, sa che è un soggetto che meriterebbe un post a parte, ma soprattutto sa che abbiamo fatto un’enorme sciocchezza ad affidarci alle sue stime di bontà sul camper.

Ci ha convinti tutti con la frase: “E’ un po’ vecchiotto ma è un gioiellino”.

Io mi immaginavo lo zio come una sorta di amatore che cura il suo mezzo anno per anno, rinnovandolo ed avendone cura.

La realtà che ci si è posta innanzi la mattina della partenza è stata a dir poco fantozziana. Un ducato del 1983 pieno zeppo di polvere, acari e muffa.

Se prima di vederlo ci scherzavo su, asserendo che saremmo finiti a bere una Corona in un bar del Brennero, non appena visto il catorcio, ero certa che non saremmo arrivati neppure a Pavia. E così è stato.

Il primo guasto è occorso a Tortona, a ben 30 km (su 1500 km che avremmo dovuto percorrere), da Genova.

Se prendere una Corona sul Brennero poteva risultare quantomeno goliardico e poetico, essere bloccati in un elettrauto di Tortona è stato decisamente da sfigati. Mentre mi affannavo al telefono con il 12-40 per cercare un treno che da Milano portasse le persone rimaste a piedi sino a Monaco, fuoriesce il meccanico da dentro il motore, e con un sorriso ci benedice: “Berrete alla mia salute, è solo la cinghia, ripartirete nel giro di mezz’ora”.

Riprendiamo il nostro viaggio con un paio d’ore di ritardo sulla tabella di marcia, siamo carichi e gaudenti per il pericolo scampato e la bella storiella da raccontare al rientro, certo andiamo come lumache, gli altri camper, tutti diretti all’Oktoberfest, ci sorpassano veloci strombazzando in segno di festa: evviva, l’atmosfera di allegria si respira già on the road!

Ora quando si dice che bisogna sempre stare zitti nella vita, un motivo c’è. Non so bene se siamo noi che ci siamo portati sfiga da soli, o se qualcuno lassù era in vena di farsi grasse risate, ma destino ha voluto che, proprio sul Brennero, il maledetto carretto ambulante…si rompesse… di nuovo.

Usciti dall’autostrada abbiamo cominciato un rocambolesco tour per le alpi italo-austriache in cerca di un nuovo elettrauto. Abbiamo attraversato meravigliosi paesini di montagna dove siamo persino arrivati a citofonare in casa di un maledetto crucco meccanico. Peccato che in casa c’era solo la moglie che, pare, (il tedesco lo sa solo il mio collega) abbia detto spazientita che il marito non era in casa e che comunque quando tornava non avrebbe avuto il tempo di aggiustarlo. Già me la vedo, quella avrà avuto i crauti sul fuoco e non avrà voluto far tardi l’ennesima volta a causa del marito.

Così tra tornati, abeti e variopinti paesini siamo arrivati, sempre con la molesta spia rosso fuoco della batteria che illuminava l’abitacolo, sino ad Innsbruck.

Ammetto anche che in questo caso, un pochino ci godevo. Avevo chiesto e scongiurato il mio collega di portarmi ad Innsbruck al ritorno da Monaco e lui mi aveva sempre scansata. Il fatto di dover passare la serata e la notte lì, mi faceva godere alquanto. In spirito assolutamente goliardico ci siamo messi a gironzolare per il centro storico di Innsbruck, con i suoi palazzi dalle facciate arzigogolate ma pur sempre armoniche, i suoi pub e negozietti, le alte montagne che fanno capolino sopra i tetti, ed il fiume, l’Inn, che scorreva veloce e zeppo di acqua tra una sponda e l’altra. Siamo stati fortunati anche nella cena, abbiamo trovato una meravigliosa birreria proprio in centro, l’Augustiner, che consiglio a chiunque passi da Innsbruck. L’atmosfera bavarese, questi grandi locali in legno pieni di persone, wuster e crauti, mi ha affascinata moltissimo. Era davvero divertente trovarsi in una cittadina così graziosa ed in un locale così tipico…per caso! Tutto questo entusiasmo si è smorzato poco dopo, quando ho realizzato che avremmo passato la notte in un parcheggio, senza poter accendere luce né acqua, con il freddo che c’era lì tra i monti. Mi è venuta un po’ in mente l’esperienza che ho vissuto l’anno scorso, ad Andalo, per la finale di Donnavventura. Anche lì tra i monti, anche lì senza acqua, anche lì al gelo.

Fatta pipì nel pub e lavati i denti con la bottiglia d’acqua, ci siamo arrampicati sul letto. Sì perché oltretutto riuscire a salire sul letto in quella trappola mortale era un esercizio degno da ginnasta olimpica. Dovete immaginare che quella fattispecie di letto era niente meno che un soppalchino che dovevi tirare giù dal soffitto e che raggiungeva circa i 30 cm di altezza. Ammesso e non concesso che riuscissi a salire sulla scala, dovevi accucciarti ed entrare di testa. Se non che, per una claustrofobica come me, era di vitale importanza mettere la testa in direzione del buco, ossia del retro del camper. Quindi, una volta conquistato il letto, iniziava una serie di contorsioni ginniche per girarsi testa-piedi. Ovviamente la sequenza era che prima facesse la trafila mio marito, così aveva più spazio per girarsi, e poi io che quindi avevo a disposizione 30 cmt di altezza e 50 cm di larghezza. Una volta conquistata così faticosamente la postazione, dopo quasi 20 ore di viaggio, ci siamo addormentati seduta stante.

All’alba del secondo giorno, quando da programma avremmo dovuto gironzolare per musei monacensi, ci svegliamo tra l’umidità delle valli alpine. Delle persone furbe, a questo punto, avrebbero abbandonato il rottame nel parcheggio ed avrebbero proseguito con un treno per Monaco. Noi no. Abbiamo passato il sabato mattina tra paesini austriaci dimenticati da Dio inseguendo indicazioni di sparuti crucchi incrociati per la strada alle 8 del mattino di Sabato, i quali ci indirizzavano nell’una e nell’altra direzione.

Alle 10 del mattino l’efficienza crucca aveva già trovato una nuova cinghia sostitutiva e ci aveva congedato asserendo che il motivo della seconda rottura fosse da attribuire alla maldestra mano d’opera di montaggio italiana. Con alquanti punti interrogativi fluttuanti sopra le nostre teste ci rimettiamo in marcia non osando superare gli 80km orari. E’ così che, nel primo pomeriggio di Sabato, con esattamente 24 ore di ritardo sulla tabella di marcia, approdiamo al Oktoberfest-Camping, Gate 9 of Messe München. (Vi risparmio le perdite di tempo per aver sbagliato strada e per cercare il merda di bollino delle autostrade austriache).

Chi fosse riuscito ad arrivare sino qui dopo queste lunghissime pagine di viaggio, può star sereno, l’Oktoberfest merita davvero. Ovviamente, con la sfiga che avevamo addosso, non siamo riusciti ad entrare dentro i tendoni la sera di Sabato, ma ci siamo ampiamente rifatti sia all’HB di Monaco, sia l’indomani per pranzo. Chi tra voi non fosse mai stato a questa fiera, deve sapere che è allestita in un enorme parco dentro la città. L’ingresso è libero e si può passeggiare tra luccicanti giostre di ogni tipo e colore, bancarelle variopinte con enormi cuori di cioccolato appesi alle pareti, e queste immense tendone delle varie birre. Una o più per ogni tipologia di birra, la G. ne conserva un boccale per ognuna in cui sia riuscita ad entrare, gliene mancano solo due, vorrà dire che dovrà tornare il prossimo anno e chissà che non la accompagni! Per altro una volta arrivati in fiera ha cominciato a piovere a dirotto, quindi dopo un paio di birre bevute nella terrazza esterna della Spaten , inzuppati come dei pulcini, ci siamo diretti all’HB. L’Hofbräuhaus è una tappa obbligata per chiunque visiti Monaco. È la più antica e celebre birreria di Monaco, che da sola può contenere migliaia di persone su più piani. L’atmosfera, durante l’Oktoberfest, è incredibile. Centinaia di tavolacci in legno ricolmi di boccali da un litro di birra ciascuno, migliaia di persone con vestiti e cappelli tipici bavaresi che bevono, ballano e cantano sulle musiche bavaresi della banda che, in costume tradizionale, suona sul palchetto. Cenare a base di wuster, stinco e pollo tutti appiccicati gli uni agli altri senza barriere di sorta e poi alzarsi tutti in piedi, calici in alto e cantare: “Ein Prosit, ein Prosit, der Gemuetlichkeit, Ein Prosit, ein Prosit, der Gemuetlichkeit, Ein…Zwei…Trei Gsuffer!” non ha prezzo!

Quando poi a notte fonda sono pure riuscita a farmi una doccia calda nel camping assieme a qualche dozzina di altre ragazze tutte ancora cantando e ridendo, ho pensato che la sfiga avesse ormai cambiato direzione.

Siamo pure riusciti, l’indomani mattina, a fare un giro per Monaco, a tornare alla fiera, ed entrare nello stand della Paulaner dove avevamo un ticket per tre litri di birra gratuiti!

Con tutta questa euforia non ho quindi dato peso, appena ripartiti da Monaco in direzione Genova, che effettivamente aveva ripreso quel cigolio ormai noto. (Ormai datemi una cinghia da cambiare ed io riesco ad occhi chiusi). Nonostante la nostra andatura non superasse i 70 kmh, e nonostante avessimo tutti pance gonfie di pipì per fermarci il meno possibile e non sottoporre il motore a sforzi evitabili, dopo quasi 500km, il maledetto ferrovecchio ci lascia nuovamente a piedi, all’altezza di Peschiera.

Quando è troppo è troppo. Ci siamo guardati nelle palle degli occhi. Io su quell’aggeggio indemoniato non ci avrei messo più piede. Erano le 10 di sera, pioveva ed eravamo esausti. Abbiamo, di comune accordo, abbandonato il collega responsabile del weekend infernale a Peschiera ed, uno in treno e gli altri sei sul camper nuovo, siamo tornati a casa, con ben 12 ore di viaggio sulle spalle ed una tre giorni quantomeno impegnativa.

Lo volete sapere il colmo? Il collega, dopo che ha cambiato la quarta cinghia in 3 giorni, sapete cosa ci ha detto? “Se scopriremo che cosa esattamente fa rompere la cinghia, potremmo pensare di  tornare ad Innsbruck a Dicembre per vedere i mercatini di Natale” …. E chi lo conosce bene, sa che non scherza. Dal canto mio, ho messo un impegno ricorrente sull’outlook, fino a Febbraio del prossimo anno risulto impegnatissima.



In partenza…

Hola amigos!

Batterie di foto e video camera sotto carica, guida ed appunti sparpagliati sulla scrivania, trolley spalancato sul letto…ciò significa che sono in partenza per una nuova avventura! Domani arrivano le mie due co-driver ufficiali per il mio prossimo reportage: Michy e Laura, e Venerdì mattina di buon ora si parte per le terre di Siena!

Una tre giorni tra colli senesi, buon vino e buon cibo. Ho anche qualche idea di fuori programma, ma vedremo se il tempo tiranno ce lo permetterà!

Però devo confessare una cosa: in questo momento sono talmente presa con il mio primo lavoro, tra progetti oltralpe ed oltreoceano che mi interessano più di quanto io stessa osi ammettere, che per la prima volta, mi risulta difficile svestire i taillour e indossare i panni della reporter.

Sono però altrettanto certa che, una volta chiuso il pc domani pomeriggio, il mio spirito avventuriero prevarrà, quindi scaldiamo i motori….si parte! 🙂



Ovuli Congelati

L’altra sera ero impegnata in una cena di business: vestitino verde fantasia e tacco 12, mi sono presentata nella terrazza fronte mare proprio sulla cima di uno dei moli del Porto Antico, a Genova. Seduti nella piacevole brezza settembrina, avvolti nell’odore di cibo appena cucinato, iodio e salsedine, si chiacchierava di economia, viaggi e business davanti alle belle barche a vela attraccate a pochi metri da noi.

Tra un gambero ed un bicchiere di vino bianco, non so proprio come, si è iniziato a parlare di figli. Sentitami chiamata in causa, ho dovuto ammettere ancora una volta, anche di fronte a semi-sconosciuti, la totale mia assenza di istinto materno. 30 anni suonati, un matrimonio già vecchio di due anni, e nessuna voglia di ululanti pargoli petulanti.

Uno dei nostri ospiti mi ha guardato serio: “Just freeze your ovules”. Per poco non mi strozzavo con una carota. “I beg your pardon?”. Così lui incalza: “Il vostro paese è troppo cattolico, non si parla a sufficienza di questa che è una reale opportunità per tutte quelle donne come te in cui il desiderio di maternità matura un po’ in ritardo rispetto al normale ciclo biologico”.

Rispetto al normale ciclo biologico? Caspita, questo benedettissimo orologio biologico….una parola in più e già mi vedevo in crisi. Notando che lui insisteva sull’argomento, dopo il momento di smarrimento iniziale, ho tagliato corto sfoggiando un sorriso rassicurante: “Sempre meglio essere ben informati su tutte le opportunità di questa vita, leggerò a tal riguardo per farmi un’idea più precisa”.

La cena è poi corsa via veloce e piacevole e, ben felice di non aver nessuno che mi aspettasse a casa, mi sono avviata con tutta calma al parcheggio. Non ho neppure dovuto render conto a nessuno quando, ancora una volta, ho perso la macchina. Questa è purtroppo una mia peculiarità della quale non vado propriamente fiera. Non c’è speranza che io mi ricordi dove ho parcheggiato. In passato mi è addirittura capitato di andare in un posto in macchina, di tonare a casa a piedi dimenticandomi la macchina in tal posto, e di denunciarne il furto l’indomani mattina non trovandola nel parcheggio sotto casa. Questa mia naturale inclinazione a perdermi la macchina diventa un serio problema quando la posteggio in un silos. Una volta, quando vivevo in America, credo di esserci stata almeno un paio d’ore dentro quel maledetto multipiano. Ero disperata. Per altro la questione è molto più spinosa di quanto non si pensi. Sì perché, a parte il fatto che perdo tempo a cercare la macchina, se passano più di 15 minuti, (ed aimè ne passano anche molti di più), ovviamente scade il ticket di pagamento del parking. Ciò per altro mi capita tipicamente di notte, quando non ci sono guardie alla sbarra, vi risparmio le scene isteriche di me che suono mille citofoni cercando disperatamente di spiegare la situazione, per di più in inglese. *_*  Così anche l’altra sera, prendo l’ascensore, ed entro in crisi. Che piano devo digitare? Ovviamente li ho dovuti ancora una volta girare tutti, ho iniziato a vagare per ogni settore perché sia mai che io abbia un minimo di memoria fotografica, o di senso dell’orientamento. Fortunatamente però, con la mia Fiat16, la vita è molto più facile: avendo la chiusura automatica si sente sia il suono, sia si vedono le luci lampeggiare ed, a parte la figura di una pazza isterica che pigia forsennatamente e ripetutamente sul pulsantino delle chiavi muovendo a radar il braccio teso davanti a me, ho fatto molta meno fatica del solito a ritrovarla!

Pericolo scampato, esco trionfante dal parcheggio con il ticket ancora valido e ridacchio tra me e me pensando che certamente non sono adatta ad avere prole. Poi però mi viene un colpo. Quanto durerà? Cioè quanto durerà questo periodo in cui sono felice e spensierata, in cui tutto sommato sono ancora giovane e carina e soprattutto ho l’indipendenza di fare tutto ciò che mi passa per la testa? Oggi che ho 30 anni già sento che il mio fisico non è più quello che avevo a 20.

Ho più indipendenza, sono una donna più forte da molti punti di vista, ma non quello fisico. E se la voglia di maternità mi saltasse fuori a 40 anni quando magari non sarò più fisicamente adatta a procreare?

Ma voi, un paio di ovuli sotto chiave in freezer, magari con una bella etichetta su di modo da non confonderli con uova di struzzo o caviale, li mettereste?




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